mercoledì 18 ottobre 2017

Sulla "civilissima America"



Propongo per chi ne avesse voglia la lettura di questo articolo, segnalatomi da un amico. Si tratta di una recensione ad un libro (scusate). La cosa che personalmente mi ha più sorpreso non è stata il riassunto della descrizione delle condizione dei poveri negli Usa, ma che il recensore ammetta: «La realtà dei poveri, una realtà che ben conosco a livello italiano ma che mai più immaginavo raggiungesse certi livelli nella “civilissima” America». Questa affermazione denuncia da un lato lo stato di disinformazione generale sulla situazione sociale degli Stati Uniti, il sistematico silenzio e la diuturna manipolazione mediatica di quella realtà, e, dall’altro, la persistenza dello stereotipo sulla  “civilissima America”.

Eppure ci vuole poco, specie per un giornalista, per rompere il velo di omertà e menzogna su un paese, gli Usa, dove la maggior parte delle persone è costretta a una vita di merda. Nel mio piccolo, microscopico blog, per esempio, ho parlato più e più volte della situazione dei poveri americani, del fatto che quasi 50 milioni di cittadini di quel paese sopravvivono grazie agli aiuti alimentari federali (food stamps); al fatto che gli Usa hanno di gran lunga la più alta percentuale sia relativa che assoluta di carcerati e di persone sotto sorveglianza domiciliare. Insomma che gli Usa sono un postaccio, salvo che per i ricchi e i molto ricchi.


martedì 17 ottobre 2017

L'11 settembre di Das Kapital / 2

[clicca qui per la prima parte]


Che gli esiliati tedeschi fossero “attenzionati” dagli sbirri bismarkiani è cosa ovvia e già ne ho fatto cenno nel post precedente. Ad ogni modo, dopo quattro giorni trascorsi presso l’hotel Zingg ad Amburgo, la trasferta ad Hannover di Marx non ebbe problemi. Fu ospite del dottor Ludwig Kugelmann, «un medico molto importante nella sua specialità, cioè come ginecologo. […] le altre autorità mediche […] sono in corrispondenza con lui. Qui, quando si presenta un caso difficile in questo ramo, viene subito chiamato lui a consulto. Per farmi intendere l’avidità professionale e la stupidaggine locale, mi racconta d’essere stato dapprima bocciato, cioè non accolto nella società medica, perché la ginecologia non è che una “porcheria immorale”. Kugelmann ha molta capacità tecnica. Ha scoperto una quantità di nuovi strumenti in questa specialità. […] Molte volte m’annoia col suo entusiasmo, in contraddizione con la sua calma quale medico. Ma egli capisce, è profondamente onesto, senza riguardi per nessuno e capace di sacrifici e, ciò che è la cosa più importante, convinto. Possiede una raccolta di lavori nostri migliore di quella di noi due presi insieme» (*).


lunedì 16 ottobre 2017

L'11 settembre di Das Kapital / 1


Il primo libro de Il Capitale: Critica dell’economia politica, è stato pubblicato nel 1867, ossia giusti 150 anni or sono. Dell’anniversario di questa pubblicazione non se ne sono occupati in molti, anzi, quasi nessuno. Ed è un bene, poiché il più delle volte di Marx e della sua opera si scrivono banalità, infamie e cazzate. Karl Marx è sicuramente l’uomo più calunniato di sempre. La sua opera principale, unitamente a L’origine delle specie, sono tra le opere più citate e meno lette. Per un primo semplice motivo: tutti credono di sapere di che cosa si tratti. Nel caso del Capitale non di rado si sente dire che non vale la pena leggerlo.

Un esempio. Horold Wilson, il primo ministro britannico, si vantava di non averlo mai letto: “Sono arrivato solo alla seconda pagina, dove c’è una nota che prende quasi una pagina intera. Ho pensato che due frasi di testo e una pagina di note fossero troppo”. Inutile dire che l’unica nota un po’ lunga si trova a conclusione del primo capitolo, aggiunta alla seconda edizione. Invece è proprio curioso il caso de L’origine delle specie, laddove Darwin già al termine della prima pagina presenta una nota analoga, per lunghezza, a quella che si trova alla fine del primo capitolo del Capitale, e un’altra nota abbastanza lunga al termine della seconda pagina. E tuttavia possiamo giudicare il valore di un’opera scientifica su questo stupido genere di considerazioni?

sabato 14 ottobre 2017

La vera questione


Il vero problema politico che ci troviamo a dover affrontare in questo secolo non è la forza del capitalismo, la cui crisi generale, storica, è sotto gli occhi di tutti. La vera questione è la debolezza dell’alternativa, cioè la mancanza di proposta di ciò che deve e può significare una società improntata a principi e valori diversi da quelli attuali, quelli di una società voluta e non subita.

Detto tra parentesi, che pena vedere com’è ridotta quella che passa per essere la sinistra in Italia. Dai liberali Bersani-D’Alema agli anticapitalisti passando per quella merda di uomo che si atteggiava a ecumenico leader della sinistra. Pronti alla lotta per raggranellare qualche seggio in parlamento.

Alla luce dell’esperienza del Novecento il comunismo rappresenta un sistema che tutti temono. Hai voglia a dire e argomentare che quei regimi non erano per nulla ciò che proclamavano di essere. Le persone comuni di quelle ripetute esperienze hanno paura. Tanto è vero che questa parola è stata espunta e sostituita, quando va bene, dal più neutro e generico “anticapitalismo”. Che cosa vorrà mai dire essere anticapitalisti in un’epoca nella quale lo sono anche quelli di CasaPound e papa Bergoglio?

Non ci siamo posti il problema, di là delle ricette della vecchia scuola, di ciò che vogliamo veramente, di che cosa intendiamo concretamente e realisticamente per liberazione degli uomini e superamento del capitalismo. Questo limite è la ragione essenziale per cui non riusciamo a fare dei passi in avanti, per cui ci perdiamo in polemiche e non riusciamo ad avere alcuna proposta condivisa e un ruolo. Finché staremo fermi sulle solite posizioni siamo destinati alla divisione e alla sconfitta.



venerdì 13 ottobre 2017

Non basta baciare la reliquia

Salvo sorprese al Senato, la legge elettorale con la quale andare al voto si chiamerà rosatellum. Se poi, uscendo dal seggio, vi sentirete un po’ coglioni, in tal caso non abbiate dubbi, vi avranno coglionato ancora una volta. Tanto, direte, se non si va a votare faranno ugualmente ciò che vogliono. Bravi, continuate a raccontarvi storielle consolatorie.

Scriveva Luciano Canfora che il sistema è dominato da “un’oligarchia dinamica incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali” (La democrazia, p. 331). Non si riferiva alla Grecia antica, ma al sistema attuale, non molto dissimile da quelli di sempre.

Nel 2013, scrissi a mia volta (si parva licet) che Grillo e la sua armata Brancaleone avevano perso un’occasione storica rifiutando anche solo il tentativo di un accordo minimo con il Pd di Bersani. Volevano tutto, non hanno avuto nulla. Volevano fare una rivoluzione in parlamento. Quando mai si sono viste cose del genere in simile consesso? Non basta l’ambizione, ci vuole anche un certo talento, un minimo di cultura e di duttilità, un po’ meno vaghezza e pressapochismo.

Del resto questi ragazzotti non dovevano prefigurare una società a venire, quanto obbedire alla fortissima intimazione dall’hic et nunc storico-sociale. Non basta più baciare la reliquia, oggi come ieri contano ben altre credenziali, soprattutto internazionali. Insomma, il vero potere, l’oligarchia dei soldi, degli affari e delle rendite, accetterebbe un governo che non può totalmente controllare e ricattare?



mercoledì 11 ottobre 2017

Il divide et impera di sempre



La borghesia, e la parte degli intellettuali che ne dipende, non frappone apertamente alcun ostacolo alla diffusione del sapere tra le masse popolari, anzi, a volte sembra addirittura premere per una “popolarizzazione” della scienza. Eppure i livelli più alti, più specifici del sapere-potere, quelli che presiedono alla direzione scientifica dell’economia e quelli specialistici del controllo sociale (alti funzionari degli apparati, giornalisti grandi firme e birilli vari), rimangono monopolio di pochi prescelti, rimangono “sacri misteri”.

La comprensione delle idee fondamentali e dei sistemi di gestione viene resa enormemente difficoltosa attraverso l’uso di astrazioni e tecnicismi, inusuali presso le anime comuni. È sicuro che per acquisire queste conoscenze precise e specifiche, e non soltanto briciole volgarizzate di esse, bisogna poter disporre di molto tempo e denaro, in modo da potersi permettere di vivere senza lavorare per diversi anni. Condizioni che sono tutte, evidentemente, proibitive per le masse popolari (*).


martedì 10 ottobre 2017

Sacri misteri / 1


Cinque anni fa, esattamente il 22 ottobre, scrivevo il post che ora qui sotto ripropongo con lievi tagli. Corsi e ricorsi della “behavioural economics” et simila, in un mondo che è sempre più corroso dalla schizofrenia e dall’opportunismo. Del resto sono quasi due secoli che l’economia politica non indaga più la realtà ma si limita a descrivere le ombre proiettate sul fondo della caverna. Perché ciò avvenga è presto detto: almeno a livello ufficiale dev’essere mantenuto il silenzio sul segreto della società borghese, ossia sul fatto che essa, sotto qualunque bandiera, è una società che poggia sulla schiavitù.

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Dopo che l’utopia neoclassica dell’equilibrio perfetto si dimostrò per quel che era, iniziarono a farsi strada, presso gli apologeti del capitalismo J.A. Schumpeter e W.C. Mitchell, i primi abbozzi di una “teoria dei cicli” che altro non era che una presa d’atto della natura ciclica del capitalismo. La crisi generale del 1929, infine, con la sua sconvolgente drammaticità, rendeva necessaria una nuova teoria tale da spiegare ciò che stava avvenendo e proponendo a sua volta dei rimedi.

Ad assumersi il compito teorico di tranquillizzare la borghesia offrendole in pasto nuove idiozie, provvide Y.M. Keynes, uno del pensatoio di Cambridge, con la sua Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1935. Tale teoria rappresenterà, per parecchi decenni, una specie di catechismo negli atenei occidentali e una nuova religione per i saltafossi del riformismo che con essa potranno beatificare il capitalismo.

lunedì 9 ottobre 2017

Il giornalista e il robot



Pierre Guillaume Frédéric Le Play (1806-1882), ingegnere, sociologo ed economista, una volta chiese al suo uditorio quale fosse la cosa più importante generata dalla miniera. L’uditorio di Le Play rispose: “il carbone”, oppure “il ferro”, e anche “l’oro”. Le Play non ebbe difficoltà a rispondere che la miniera aveva generato anzitutto “il minatore”. Sarebbe interessante chiedere oggi che cosa stia generando la cosiddetta industria 4.0. Gli uomini, e il loro lavoro, tanto efficienti in un ambiente tecnicamente immaturo, oggi non sono più al centro di nulla. Sono stati man mano sostituiti dalla tecnologia, sebbene certe attività, soprattutto le più umili e faticose, restino ancora appannaggio del lavoro umano.

Del resto, lo scopo della tecnologia industriale, quando è usata capitalisticamente, non è quello di alleviare la fatica umana. Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, l’innovazione tecnologica e tecnica punta a ridurre le merci più a buon mercato, ossia ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa, che l’operaio cede gratuitamente al capitalista, quale mezzo per la produzione di plusvalore.

Storicamente si possono studiare i differenti modi di produzione in base ai differenti mezzi di produzione, perciò il nesso fra i rapporti sociali di produzione e quei modi di produzione. Ed è interessante notare quali sconvolgimenti si sono prodotti, di volta in volta, nei rapporti sociali di produzione con il mutamento dei differenti mezzi di produzione.

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